Titolo: 《PRIMAVERE E AUTUNNI, 春秋》
Autore: CIAJ ROCCHI e MATTEO DEMONTE
Prima edizione italiana: 2015
TRAMA
La vicenda si apre nel 1931 con l’arrivo di Wu Lishan a Milano, nel “Borgh di scigolatt” di via Canonica, primo nucleo storico dei migranti cinesi. Originario di Qingtian, giunge dalla Francia e tenta di stabilirsi come ambulante: prima finte e chincaglierie, poi cravatte di stoffa vendute con le formule “Una cravatta, una lila” e “Clavatte, due lile”. Si appoggia al signor Z, pioniere della comunità cinese, che gli offre vitto e alloggio in cambio del lavoro.
Gli ambulanti percorrono la Brianza senza conoscere né lingua né territorio, contando le fermate per tornare a Milano. Wu preferisce restare in città, vestito “da signore”, imitando gesti e postura dei milanesi. Vorrebbe sposarsi e avere figli, ma non può rientrare in Cina né far arrivare la promessa scelta dal padre. Incontra Giulia Bazzini, immigrata dalla campagna cremonese: si sposano nel 1938, grazie ai sacramenti impartiti dal parroco cinese padre Wang. Wu è colto, sa leggere e scrivere, e con Giulia trova stabilità e una casa. Nel 1941 nasce il primogenito Wu Jianguo (Luigi).
Durante la guerra Wu evita l’internamento grazie al matrimonio. Le cravatte non si vendono più, e ristruttura l’attività ottenendo, tramite Z, una commessa di cinturoni e portafogli per l’esercito tedesco; poi arrivano anche gli americani, che pagano in riso e farina in anni di razionamento. Nel Dopoguerra nascono Wu Xinghua (Angelo) nel 1947 e Wu Luqiu (Luciana) nel 1949. I figli crescono come italo‑cinesi, educazione italiana, lingua italiana in casa, con scuole pomeridiane cinesi organizzate dalla parrocchia.
Il 1947 segna un salto di benessere: Wu diventa proprietario di un laboratorio di pelletteria con Jiang Fuiming. Intanto la comunità cinese di Milano sostiene la Croce Rossa americana durante la guerra sino‑giapponese. Nel 1949 nasce la Repubblica Popolare Cinese, dividendo i cinesi d’Italia fra sostenitori di Pechino e del Guomindang. Negli anni Cinquanta, nel pieno del boom economico, nasce la prima associazione dei commercianti cinesi. Wu apre un secondo laboratorio con Jiang e un socio italiano: nasce la WLS, produttrice di accessori in pelle. Nel 1960 realizza le borse per la nazionale italiana di fioretto alle Olimpiadi di Roma. Nel 1962 Jiang investe nel primo ristorante cinese di Milano, La Pagoda, luogo di celebrità e ponte culturale; la famiglia Wu lo frequenta abitualmente.
Nel 1963 Luigi sposa un’italiana: per decreto regio la moglie acquisisce la cittadinanza cinese, perde il diritto di voto e necessita di permesso di soggiorno. Gli anni Sessanta vedono l’ascesa imprenditoriale dei cinesi milanesi, ma anche la ferita della strage di Piazza Fontana. Il 1971 è decisivo: la Repubblica Popolare entra all’ONU e i cinesi devono scegliere fra passaporto della RPC o della Repubblica di Taiwan. Wu, con sofferenza, sceglie i nazionalisti, rinunciando definitivamente all’idea di tornare in Cina.
Seguono gli anni delle prime grandi rimesse economiche verso la Cina e, nella vita familiare, la nascita del nipote Matteo Demonte, figlio di Luciana. Con Matteo si chiude la narrazione dedicata a Wu Lishan.
L’immigrazione cinese a Milano La maggior parte degli immigrati cinesi delle origini in Italia proveniva da alcune regioni specifiche della Cina, che sono state identificate da Cologna e Farina (1997: 44) come le aree attorno alla città di Wenzhou nella provincia meridionale di Zhejiang, situata all'estuario del fiume Ou Jiang. In particolare, la ricostruzione delle storie personali e familiari ha rivelato che la maggior parte di questi giungevano da quattro distretti particolari: Wenzhou-Ouhai (温州-瓯海 wēnzhōu - ōuhǎi), Rui'an (瑞安 ruìān), Wencheng (文成 wénchéng) e Qingtian (青田 qīngtián).
La provenienza geografica di questi immigrati ha avuto un impatto determinante sul carattere della comunità cinese in Italia. Le persone di Wenzhou hanno infatti guadagnato una reputazione comparabile a quella dei residenti veneti: lavoratori instancabili con una forte inclinazione verso le piccole imprese familiari. Le loro vite ruotano attorno alla casa e al lavoro, o più precisamente, al lavoro all'interno della casa, dove genitori, figli e nipoti contribuiscono tutti all'azienda familiare. Questa integrazione tra abitazione e luogo di lavoro caratterizza il loro approccio imprenditoriale distintivo, con più generazioni che partecipano simultaneamente alle attività commerciali della famiglia (Casti e Portanova, 2008: 14).
La storia dell'immigrazione cinese in Italia si è sviluppata attraverso fasi distinte, particolarmente evidenti nel contesto milanese. Breveglieri e Farina (1997: 61) identificano tre periodi principali in questo processo. La prima ondata migratoria si verificò tra gli anni '20 e la fine della Seconda Guerra Mondiale, composta principalmente da cinesi provenienti da altri paesi europei, particolarmente dalla Francia e dall’Olanda (Cologna e Farina, 1997: 36). Questi primi migranti subivano stereotipizzazioni da parte dei milanesi che li tacciavano di essere tutti e solo “venditori ambulanti”. Contrariamente alla credenza popolare, secondo cui i primi cinesi in Italia si dedicassero esclusivamente alla vendita di cravatte, immortalata nell’ enunciato satirico sulle difficoltà di pronuncia che questi primi cinesi mostravano: “Una lila, una clavatta”, in realtà, questi pionieri si occuparono inizialmente di perle finte e di “cinesate”, chincaglieria di vario genere; e solo successivamente diversificarono la loro attività includendo le cravatte.
Da questo nucleo originario emerse una catena migratoria, per cui “parente-chiama-parente” (circa 1950-1970), stabilendo una “rete di supporto garantita da ‘connazionali’ (lǎo xiāng, 老乡) che erano arrivati prima” (Silvestri, 2014). Come notano Breveglieri e Farina (1997: 67), i legami familiari e l’attaccamento alla propria terra d’origine divennero le fondamenta per l’orgoglio che continua a caratterizzare le comunità cinesi in Italia. La formazione delle comunità di origine in un nuovo contesto costituisce un tipico meccanismo migratorio, reso possibile nel caso cinese dal ruolo fondamentale del concetto di guānxi (关系) (Luo, 1997: 44). Questo concetto essenziale, letteralmente traducibile come “relazioni” o “connessioni”, costituisce una rete di solidarietà e rapporti reciproci e privilegiati, attraverso i quali gli individui cinesi costruiscono il loro futuro, evitano difficoltà negli affari o affrontano situazioni problematiche.
È importante sottolineare che questa rete sociale non è da interpretarsi in termini puramente utilitaristici. Il guānxi inizia all’interno del nucleo familiare, poi si espande verso amici, persone fidate, colleghi, allargandosi continuamente fino a comprendere una cerchia sempre più ampia di conoscenze. Questa risorsa è vitale per qualsiasi persona cinese e non può essere improvvisata, viene invece coltivata con attenzione nel corso di una vita intera.
Il guānxi opera secondo regole specifiche incentrate su lealtà, sincerità e reciprocità, violare questi principi comporta inevitabilmente l’esclusione dalla rete. Un aspetto distintivo di questo sistema relazionale è che il principio della reciprocità si manifesta tipicamente a lungo termine: le risposte ai favori ricevuti non sono necessariamente immediate (a differenza delle aspettative tipiche occidentali) e si verificano generalmente nei momenti ritenuti più appropriati, spesso con tentativi di superare la generosità del benefattore originale, creando così una sorta di escalation di gratitudine.
L’immigrazione più recente (dagli anni ’70 in poi) riflette una cultura diasporica ormai ben consolidata, ma con caratteristiche diverse dalle ondate precedenti. I nuovi arrivati costituiscono un gruppo eterogeneo di giovani con aspettative professionali e di vita superiori rispetto ai migranti delle generazioni precedenti. Paradossalmente, sebbene più coraggiosi e ambiziosi, questi nuovi migranti spesso arrivano meno preparati ad affrontare la realtà italiana, trovandosi a fronteggiare incertezze, frustrazioni e lavori poco retribuiti. Molti di loro devono anche sopportare lunghi periodi in striato di clandestinità secondo la normativa italiana (Cologna e Farina, 1997: 49; Breveglieri e Farina, 1997: 71).
Un cambiamento significativo si è verificato nelle aspettative di permanenza: mentre la prima generazione pianificava tipicamente di tornare in Cina dopo diversi anni di lavoro in Italia, i loro figli, avendo frequentato le scuole italiane e assimilato elementi della cultura locale, mostravano un desiderio molto minore di rimpatriare. Questo divario generazionale ha creato una crisi nei tradizionali sistemi di mutuo soccorso e nelle reti di solidarietà che avevano precedentemente sostenuto la comunità (ibid).
Dall’inizio del XXI secolo, sono emersi strati sociali distinti all’interno della comunità cinese: i sopravvissuti del nucleo originale coesistono con i giovani di seconda, terza e quarta generazione che si sono assimilati nella società italiana, spesso allontanandosi progressivamente dai valori e dalle tradizioni della comunità cinese (Breveglieri e Farina, 1997: 63-65; Casti e Portanova, 2008: 156). In quegli stessi anni, con un significativo incremento dal 2007, si è osservato un fenomeno interessante: una parte sostanziale di coloro che avevano lasciato la Cina per studiare o lavorare all’estero ha iniziato a tornare in patria. Questo processo, descritto metaforicamente nella cultura cinese come “foglie cadute che ritornano alle radici” (落叶归根 luòyèguīgēn), ha coinvolto inizialmente individui altamente qualificati o coloro che avevano perseguito un’istruzione avanzata, ma si è gradualmente esteso anche ai migranti con qualifiche inferiori che erano emigrati in Europa (Cologna, 2014).
Oltre il 60% di questi ritorni si è verificato tra il 2009 e il 2014, con la principale causa apparente nel crollo delle aspettative, in particolare riguardo alle opportunità di lavoro, e nel conseguente deterioramento del “sogno italiano”.
RIFERIMENTI
Breveglieri Lorenzo e Patrizia Farina: 1997, «Crepe nella muraglia», in Breveglieri Lorenzo, Cologna Daniele, Farina Patrizia, Lanzani Arturo (a cura di), Cina a Milano. Famiglie, ambienti e lavori della popolazione cinese a Milano, Milano: Renato Minetto: 59-104.
Casti, Lidia e Mario Portanuova: 2013, Chi ha paura dei cinesi?, BUR.
Cologna, Daniele: 2014, «[CINESITALIANI] L’eterno mito del ritorno a casa i cinesi d’oltremare che lasciano il ‘sogno italiano’ per quello cinese», in Orizzonte Cina, novembre-dicembre, 5 (9).
Cologna Daniele, e Patrizia Farina: 1997, «Dove si infrangono le onde dell’oceano ci sono cinesi d’oltremare», in Breveglieri Lorenzo, Cologna Daniele, Farina Patrizia, Lanzani Arturo (a cura di), Cina a Milano. Famiglie, ambienti e lavori della popolazione cinese a Milano, Milano: editore Renato Minetto: 15-58.
Luo, Yadong: 1997, «Guanxi: Principles, Philosophies, and Implications», in Human Systems Management 16: 43 51.
Silvestri, Francesco: 2014, «[CHINA POLICY LAB] La migrazione cinese in Italia. Strategie di adattamento, imprenditorialità, e mobilità sociale», in Orizzonte Cina, novembre-dicembre, 5 (9).
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